Contro l’ipersalutista Obama si rivolta la pancia dell’America

Prima c’era stato il famoso orticello bio di Michelle Obama, poi l’annuncio, sempre della first lady, di “Let’s move”, il colossale piano per sconfiggere l’obesità negli Stati Uniti, un paese dove “un bambino su tre è sovrappeso e dove si spendono 150 miliardi di dollari all’anno per curare malattie legate all’ingrassamento”. E poi ancora, a luglio, l’intervista di copertina su Men’s Health in cui il marito Barack Obama dichiarava guerra alle bibite gasate. di Michele Masneri
11 AGO 20
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Prima c’era stato il famoso orticello bio di Michelle Obama, poi l’annuncio, sempre della first lady, di “Let’s move”, il colossale piano per sconfiggere l’obesità negli Stati Uniti, un paese dove “un bambino su tre è sovrappeso e dove si spendono 150 miliardi di dollari all’anno per curare malattie legate all’ingrassamento”. E poi ancora, a luglio, l’intervista di copertina su Men’s Health in cui il marito Barack Obama dichiarava guerra alle bibite gasate, e poi soprattutto una legge per accrescere i poteri di controllo della Food and Drug Administration (Fda), l’agenzia alimentare e del farmaco americana.

Non c’è dubbio insomma che uno dei punti salienti dell’agenda dell’Amministrazione Obama – insieme alla sanità e alla Green economy – è quello del cibo sano. Esiste persino un blog, ObamaFoodorama.blogspot.com, peraltro curato dalla giornalista Eddie Gehman Kohan, che si è inventata il ruolo di food reporter di questa Amministrazione, e riferisce pluri-giornalmente delle “iniziative alimentari del Presidente e della first lady”. Che sono effettivamente molteplici. La stessa first lady il 30 ottobre ha celebrato il Fall Harvest, invitando bambini delle scuole della capitale (e molti giornalisti) a celebrare il secondo raccolto della White House (“oltre trecento chili di verdure da un orto così piccolo!”, ha detto ai presenti entusiasti). L’evento (coperto con un lungo e interessante reportage da ObamaFoodorama) è altamente significativo per capire quanto il bio sia importante nell’apparato simbolico di questa nuova Camelot (in cui la carriola e la barbabietola evidentemente stanno a Michelle come il filo di perle e il tailleur stavano a Jackie). All’evento era presente soprattutto il dream team agricolo della Casa Bianca, che da solo spiega molte cose. C’erano Cris Comerford, “executive chef”, poi Bill Yosses, “pastry chef”, poi il “food initiative coordinator”, Sam Kass, che è una specie di grande Pr dell’orto presidenziale (grazie anche a un fisico da attore per cui è molto fotografato e considerato), poi Jim Adams, “chief horticulturalist”, e un Charlie Brandts capo apicoltore. Tutto il raccolto, anche il miele, di cui si producono 295 chilogrammi a stagione, finisce a Miriam’s Kitchen, una specie di Sant’Egidio di Washington, ma biologica.

Tutto questo apparato (anche simbolico e ideologico) rischia di sgretolarsi dopo le elezioni di midterm stravinte dai repubblicani, ma anche dopo parecchi colpi di coda da parte del paese reale. Michelle Obama è stata insignita il 4 novembre del “Golden Hooka Award”, una specie di tapiro d’oro attribuito ogni anno da Cns News all’iniziativa più sprecona di Washington. Michelle se lo sarebbe meritato per aver proposto un piano da 400 milioni di dollari per salvare i “food desert”, che sarebbero le lande desolate del Midwest dove non esistono centri abitati per molte miglia e quindi il panorama alimentare è fatto solo di centri commerciali e quindi fast food. Il progetto mira a ripopolarli di drogherie e fruttivendoli.

Ma anche il progetto anti bollicine del presidente non è stato molto ben accolto. L’idea era di mettere una tassa simbolica di un cent all’oncia per le bevande gasate (ma in prospettiva anche sulle merendine) ed era venuta al solito New England Journal of Medicine, secondo cui la soda in particolare sarebbe responsabile della grassezza abnorme del teenager americano. Sembrava la quadratura del cerchio, anche perché avrebbe creato un gettito di 14,9 miliardi di dollari all’anno. Ma i produttori l’hanno presa come una dichiarazione di guerra (il numero uno di Coca-Cola, Muhtar Kent, ha dichiarato che “quando un governo ti dice cosa devi bere è un brutto segno, sembra di stare in Unione Sovietica”) e la pancia del paese si è rivoltata.

E’ sorta, soprattutto, l’associazione Americans Against Food Taxes. Una specie di Tea Party, sostenuto da colossi come Pepsi e McDonald’s, ma anche da molte associazioni di droghieri e dagli esercenti dei cinema, che sta invadendo le tv con spot in cui una casalinga che sembra Carrie Bradshaw ma meno bionda e molto più preoccupata, si aggira tra succhi di frutta e i cocomeri di un supermercato, e guardando dritto in macchina dice: “Washington sta studiando una nuova tassa di un penny sui succhi di frutta. Con l’economia in queste condizioni, vi sembra il caso?”. E sul sito, il decalogo di questi “resistenti” mette online un sacco d’informazioni nutrizionali, e le merende da portare o non portare a scuola. Insomma, il messaggio è: lo sappiamo benissimo anche noi quello che fa male, e fate pure educazione e prevenzione; ma mettere una tassa sulla Seven Up e sui Mars, questo è inaccettabile.

Un altro punto che stava a cuore alla Casa Bianca era il potenziamento della Food and Drug Administration, che se sui farmaci è un vero cane da guardia, sul cibo ha poteri poco più che simbolici: non può né fare controlli preventivi né comminare sanzioni e ha competenze solo su alcune categorie di prodotti (delle carni e dei pesci si occupa il dipartimento dell’Agricoltura). Ma adesso il disegno di legge S510, che creerebbe una super Agenzia alimentare e che prima delle elezioni di novembre aveva raggiunto un difficile accordo bipartisan passando al Congresso, si è incagliato al Senato e ormai è dato per morto. Perché più poteri per la Fda equivalgono a più controlli, e più controlli equivalgono a più costi per i produttori, sostengono i repubblicani, soprattutto per le piccole fattorie. Il partito dell’Elefante in questo è in linea con un paese profondo che sul cibo pretende una deregulation totale, e che preferisce sopportare dei costi sistemici anche alti (ogni anno in 350 mila finiscono in ospedale per cibi avariati e l’epidemia di salmonellosi dell’estate scorsa ha intossicato 1.600 americani) pur di mantenere il diritto anche a mangiare schifezze. Al di là di tutte le pie illusioni, lo confermano i sondaggi, come quello del Rudd Center for Food Policy & Obesity dell’Università di Yale della settimana scorsa, che mostra che l’84 per cento di genitori ammette tranquillamente di portare i figli a mangiare in un fast food almeno una volta alla settimana. Certo, qualcuno non ci sta, e prova a imporre la vita sana per legge. Adesso il consiglio comunale di San Francisco ha stabilito che dal 2011 saranno vietati su tutto il territorio comunale gli Happy Meal, i menu con giochetti inclusi, e invece verrà servita obbligatoriamente frutta e verdura per legge a ogni minore che si presenti in un ristorante. Prima di McDonald’s, si è dissociato il sindaco stesso. Dopo il Tea Party, il rischio di un McParty grava come un’ombra sull’orticello di Obama.
di Michele Masneri